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Circo Togni e Rony Roller: storie di fede e resilienza

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Vi riportiamo un bell’articolo sul Circo Togni e Rony Roller scritto da Ilaria De Bonis, giornalista ed autrice del libro Circus Pride. L’articolo è stato pubblicato anche sul quotidiano nazionale cattolico “Avvenire“.

Il botteghino rosso con la scritta scintillante “Lidia Togni” è una macchia di colore solitaria che giace nel piazzale semideserto delle Capannelle a Roma. Il ‘grande circo delle stelle’ Togni è fermo da oltre un anno, eccetto la breve ripresa di settembre. Ma lo chapiteau (il classico tendone) è rimasto in piedi. «Più per ostinazione e nostalgia che per necessità», ci confida Vinicio Canestrelli, detto ‘Piccolo’ per distinguerlo dallo zio Vinicio Togni il ‘grande’. Lui è nipote di Lidia ed attuale capo-carovana. «Tenerlo montato è importantissimo per noi: il tendone è come una barca a vela. Vento e pioggia rischiano di danneggiarlo, ma è il centro di tutto, il cuore della nostra attività». La domenica di Pasqua oltre quaranta persone della carovana Togni («noi non abbiamo liquidato né licenziato nessuno- ci tiene a dire Vinicio, sposato con Anna, pattinatrice sul ghiaccio – tutte le famiglie sono rimaste con noi nonostante la chiusura»), hanno festeggiato assieme la gioia della resurrezione. Lunga tavolata, spaghettate a go-go e tanti bambini. Per i circensi il desiderio di rinascere dalle ceneri del lockdown è qualcosa di più grande di una semplice ripartenza economica. «Cosa ci ha tolto la pandemia? Ci ha tolto gli occhi del pubblico!», dice Vinicio ‘Piccolo’. E rimane perplesso. «È una sofferenza nuova questa, mai sperimentata prima». Poi precisa: «il circo Togni non è stato fermo neanche durante la seconda guerra mondiale. A quell’epoca venne scelto dal re come circo regio: i militari la sera prima di partire per il fronte venivano qui e si svagavano un po’». Oggi, senza pubblico e senza spettacolo, gli artisti hanno difficoltà persino a sentirsi vivi. Il loro corpo esiste se può esibirsi al trapezio. Anche gli animali, fermi, attendono qualcosa di ignoto. Mentre parliamo Ghitta e Rebecca, elefantesse cinquantenni, barriscono in lontananza. «Io sono addestratore di tigri e cavalli – spiega Vinicio – Se mi togliete questo, mi togliete il cuore. L’importante ora non è addestrarli ma il rapporto personale che esiste tra noi e gli animali». Sfamarli costa e «per fortuna ci sono Caritas e Migrantes». I circensi invece li aiuta la fede: «noi abbiamo la certezza che ce la faremo – dice Daniela Vassallo, ex trapezista e anima del circo di famiglia, Rony Roller, fermo in via di Salone a Roma – Sappiamo che si risorge sempre dopo una crisi. Lo abbiamo sperimentato mille volte in passato. Ai nostri padri, ai nostri nonni è successo di dover ricominciare tutto da capo perché magari il circo andava a fuoco…». La resilienza è qualcosa che ha a che fare con la fede in Dio. «Facciamo il segno della croce prima di esibirci in un numero pericoloso, non per superstizione ma perché abbiamo bisogno di “essere guardati” da Lui», confida Vinicio. E poi c’è la forza della ‘circensitudine’: «mia nonna Lidia è stata una grande circense – racconta sempre Vinicio – ma soprattutto una grande mamma e un gran papà. Mio nonno è mancato all’età di 43 anni. Lei è stata forte, ha ricominciato tutto da zero, crescendo tre figli e riportando il marchio Togni in auge. Mio padre a 15 anni ha preso in mano le redini della carovana». La forza d’animo va di pari passo con la fratellanza, anche con i compagni di viaggio stranieri: i migranti non circensi che entrano per un tempo limitato in carovana. «La diversità non ci fa paura, ci arricchisce», ripetono incessantemente i circensi. «Prima del Covid andavamo anche negli ospedali con i nostri clown. Oggi sentiamo la necessità di essere accolti dal Papa per una benedizione». Piccolo racconta che nel 2019 la sua fede lo ha salvato: «avevo avuto un incidente brutto, sono caduto da un traliccio. Mi sono rivolto a Dio. Porto con me sempre questa medaglina, che non è solo un simbolo, la porto dentro. Ho chiesto il battesimo a 22 anni, e l’ho voluto io come necessità: ne sono davvero felicissimo». Più difficile è far capire ai ragazzi, ai figli, a loro volta artisti in erba, che lo stop dei circhi non sarà per sempre: «di notte mio figlio Aris di 22 anni che è cavallerizzo, acrobata e domatore – racconta Daniela – agita le braccia come se muovesse le briglie dei cavalli. Poi sogna di dover andare in pista e non trova il costume, né gli scarpini. I giovani senza il circo si perdono…». Al Rony Roller è stato smontato persino il tendone: «forse abbiamo sbagliato a non tenerlo in piedi, chissà: ci avrebbe dato più speranza», si rammarica Daniela. Dal punto di vista economico si resiste ma solo perchè si vive assieme. «Noi eravamo tutti assunti quindi una piccola cassa interazione, non più di 200 euro al mese, l’abbiamo ricevuta – dicono i Togni – Ma per paura di non perdere membri della famiglia, non abbiamo fatto andare nessuno fuori dal circo, a cercare lavoro». In carovana però vivono anche le maestranze, uomini che vengono dall’India, dal Bangladesh, dall’Africa. Molti di loro sono rimasti («perché la manutenzione della struttura e la cura degli animali non finiscono con la fine degli spettacoli»). Non affondare è una specie di obbligo per queste famiglie.

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Di Ilaria De Bonis

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